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LA PRIMA IMPRESSIONE CONTA.

E’ ormai assodato che la prima impressione è importante. Ma quanto conta e quanto vale fare una buona “prima impressione? Apparire nel nostro profilo migliore fin dai primi minuti della nostra performance comunicativa contribuisce in modo incisivo al buon andamento delle nostre relazioni e di conseguenza alla realizzazione del nostro successo. Per essere percepiti da subito come persone gradevoli e credibili occorre possedere un’approfondita conoscenza del nostro potenziale; questa è la precondizione per diventare abili ad esprimere, in ogni situazione e in brevissimo di tempo, il meglio della nostra essenza attraverso la nostra forma.

QUANTO VALE LA PRIMA IMPRESSIONE  E PERCHE’.

Fare una buona prima impressione vale molto per la nostra vita; per questo è bene diventare consapevoli di come funziona il meccanismo. Svariati studi e ricerche hanno dimostrato che la valutazione dei nostri interlocutori avviene entro i primi tre minuti e si sviluppa a partire dai primi 2 secondi, grazie al thin slicing (=tagliare a fette sottili), una metodologia che prende in esame una fetta sottile della performance comunicativa, attraverso un’osservazione molto accurata, soprattutto del linguaggio non verbale individuale. Si tratta di una focalizzazione dettagliata sull’atteggiamento esteriore personale nel suo complesso; un esame i cui fattori influenti sono spesso inconsci e che produce un giudizio intuitivo basato principalmente sul calore (simpatia, fiducia, attrattiva fisica, cortesia) e sulla competenza (dominio, assertività, rispetto) che la persona trasmette e induce. E’ necessario comprendere quanto vale la prima impressione nel complesso dell’interazione, per dare il giusto peso a questo primo e fondamentale step della nostra auto-presentazione agli altri. Come fare? In primis occorre diventare consapevoli che questo tipo di giudizi vengono emessi sia da noi che dagli altri e quindi dobbiamo prepararci e fare in modo che l’impressione che stiamo cercando di dare, coincida con quella che i nostri interlocutori hanno di noi

QUANTO PESA SULLA NOSTRA VITA LA PRIMA IMPRESSIONE CHE DIAMO DI NOI AGLI ALTRI.

Sulla base della prima impressione che suscitiamo, gli altri fanno scelte che possono essere determinanti per la nostra vita: il responsabile H.R. decide di assumerci, il cliente acquista il nostro prodotto, l’elettore ci dà il suo voto, la persona che ci piace accetta il nostro invito a cena. Ci sono tre primi accorgimenti da porre in atto per rendere efficace la nostra  prima impressione:

  1. poniamoci in modo cordiale ed alla pari per fare in modo che i nostri interlocutori si fidino di noi e si aprano;
  2. creiamo subito una connessione empatica ed offriamo quel calore che noi stessi cerchiamo: sorridiamo in modo autentico e comunichiamo sullo stesso piano fisico tenendo una distanza equilibrata;
  3. facciamo sentire le persone a proprio agio lasciandole parlare per prime: poniamo domande aperte o portiamole a parlare di argomenti che le appassionano mostrando coinvolgimento.
COME SI FORMA IL GIUDIZIO SULLA PRIMA IMPRESSIONE.

La prima impressione  si forma nei primissimi momenti di un’interazione ed è il prodotto di un rapido esame di una persona, da parte dei suoi interlocutori; un giudizio sommario e intuitivo che avviene a livello prevalentemente inconscio ed è basato su dettagli di una piccola sezione della sua performance. Tutti utilizziamo questo tipo di modalità giudicante nel nostro quotidiano; pochi secondi dopo aver incontrato qualcuno, anche senza aver scambiato nemmeno una parola, stiamo già sviluppando una teoria su chi è e il tipo di personalità che ha. Ma come possiamo essere in grado di attribuire determinati tratti della personalità a partire da una semplice scansione mentale? La risposta sta nella nostra memoria autobiografica, cioè, nelle esperienze che abbiamo vissuto con altre persone. Nel corso della nostra vita abbiamo incontrato migliaia di persone e ci siamo relazionati con centinaia di queste. Da queste esperienze ci siamo formati una rappresentazione dei diversi tipi di persone esistenti. Ad esempio, tutti noi abbiamo un’idea stereotipata di come dovrebbe apparire un professore universitario, una commercialista, piuttosto che un artista o una dottoressa.

COME EVITARE LE CANTONATE.

Nella vita di tutti i giorni il rischio di dare o ricevere una prima impressione ingannevole è sempre presente, in quanto impieghiamo pochi istanti a etichettare le persone in un determinato modo e a formulare un giudizio di massima che probabilmente non cambieremo più. Molto spesso questo comportamento può farci prendere clamorose cantonate, soprattutto perché la prima impressione e tutto il processo successivo di raccolta ed elaborazione delle informazioni è quasi sempre condizionato da:

  • schemi mentali precostituiti da ricordi, aspettative, esperienze passate che inevitabilmente condizionano il nostro giudizio;
  • stati d’animo indotti da situazioni pregresse che costituiscono dei veri e propri pregiudizi in chi giudica;
  • aspetto fisico, abbigliamento, umore e modalità espressive della persona “giudicata”.

Tanto siamo rapidi a sparare giudizi (pochi secondi) e tanto siamo lenti a modificarli (se non addirittura incapaci). La spiegazione risiede in alcuni processi cognitivi. Il più importante è l’effetto primacy, cioè l’ordine temporale con cui si ricevono le informazioni influenza la percezione e la valutazione dell’altro. Vale a dire: siamo portati a credere che le prime cose che veniamo a sapere siano vere. Se nella fase iniziale di un incontro l’interlocutore ci appare, per esempio, brillante ed estroverso, interpreteremo tutte le successive caratteristiche in modo da confermare questa prima valutazione.

GLI ELEMENTI PRINCIPALI DA CONSIDERARE PER FARE UNA BUONA IMPRESSSIONE.

La faccia. Il viso esprime tutto di noi; i lineamenti, collegati agli stereotipi più diffusi, giocano un ruolo importante nell’affidabilità e nella competenza che trasmettiamo e che attribuiamo agli altri. Generalmente noi tendiamo a giudicare positivamente volti che assomigliano al nostro e tendiamo a considerare affidabile, onesto e sincero il volto che assomiglia alla “faccia tipica onesta” dell’area in cui viviamo. Per questo, come dimostrano molti studi in proposito, specialmente in occasione di campagne sociali, commerciali ed elettorali, i visi dei personaggi pubblici protagonisti, vengono opportunamente modificati per risultare maggiormente accattivanti, affidabili o credibili.

L’abito. Forse non sempre l’abito fa il monaco, ma agli occhi di chi osserva l’abbigliamento conta. Anche per chi si proclama libero da questo tipo di pregiudizio è praticamente impossibile rimanere indifferente rispetto al look dei suoi interlocutori. Molti sperimenti al riguardo ci dicono che le persone ben vestite vengono inconsapevolmente considerate più credibili. Siamo molto più conformisti di quanto immaginiamo; infatti, ad ogni mestiere associamo un look che ci rassicura: al consulente finanziario giacca e cravatta, alla manager il tailleur, al medico il camice bianco, al cantante rock i tatuaggi, alla showgirl la minigonna. L’aspetto fisico e la cura dell’aspetto infatti pesano molto sulle prime impressioni, in tutti gli ambiti. Ad esempio, per valutare l’affidabilità, la credibilità e l’intelligenza sociale di un candidato ad una posizione, si prende in considerazione  l’outfit e il suo aspetto, in relazione al suo ruolo ed al contesto.

I pregiudizi. I giudizi emessi in assenza di dati e che quindi precedono la conoscenza sono una trappola pericolosa per la nostra capacità di giudizio. Per molti studiosi questa è una peculiarità umana che probabilmente si è evoluta nella vita di gruppo dei primitivi, i quali, per favorire la sopravvivenza del proprio clan e preservarne le risorse, svilupparono un modo per distinguere velocemente gli appartenenti al gruppo, dagli estranei. Il meccanismo è diventato inconscio per tutti gli esseri umani e a partire dalle tribù di ieri, fino ad arrivare ai gruppi dei pari di oggi, tutte le culture o società sono caratterizzate dal pregiudizio; un espediente della mente umana per semplificare gli scambi interpersonali. Tutto è legato al concetto di normalità; tendiamo a conferire valore positivo alla normalità, agli atteggiamenti e alle regole convenzionali; mentre etichettiamo facilmente con accezione negativa, chi e che cosa esce dagli schemi.

L’identità sociale. Ciascuno di noi ricava l’immagine di sé e la propria autostima dai gruppi o dalle categorie sociali dei quali fa parte; in piùper confermare il nostro valore tendiamo a considerare migliori i nostri gruppi di appartenenza e a svalutare gli altri; da qui nascono gli stereotipi e luoghi comuni solitamente negativi che fanno parte dell’inconscio collettivo. Tutti noi infatti tendiamo a ricorrere agli stereotipi e cadiamo nella trappola del pregiudizio; quello che è importante è non diventare succubi e considerare normale il pregiudizio inteso come forma di discriminazione. Ovviamente tutto è legato al contesto storico: i pregiudizi cambiano a seconda del luogo e dell’epoca.